Lo scarico delle acque prodotte da un impianto di autolavaggio è senz’altro un refluo di tipo industriale non assimilabile a quello di tipo domestico.

Per definire il trattamento più idoneo da applicare al refluo prodotto da questa tipologia di attività si deve tenere conto di molti fattori, quali, ad esempio, le utenze giornaliere di punta, o il recapito allo scarico, o ancora l’efficienza depurativa richiesta, quando addirittura la necessità o meno di riutilizzo delle acque reflue depurate. Una nota molto importante è che in questo tipo di trattamento non possono confluire le acque meteoriche, per le quali è consigliabile il loro recapito in un serbatoio di accumulo da posizionarsi a valle dell’impianto. L’impianto che proponiamo nello schema è un impianto che potremmo definire “di massima”. Con questa tipologia di impianto si ha la possibilità di scaricare in fognatura in Tab III, in acque superficiali sempre in Tab. III o su suolo/riutilizzo in Tab. IV, con riferimento al D.Lgs. n° 152 del 03.04.2006 parte III.

L’impianto si compone di vasche in polietilene da interro, irrigidite con nervature continue e parallele, poste in sequenza, ognuna con la sua funzione specifica. L’acqua proveniente dallo scarico dell’autolavaggio confluisce come primo trattamento in un dissabbiatore nel quale il refluo, carico di materiale molto grasso, subisce una prima separazione del materiale sedimentabile dall’acqua. Questa è una vasca di calma nella quale le acque vengono depurate dal materiale sedimentabile, che permane sul fondo della vasca.

Attraverso un semplice passaggio in tubazione stagna, il liquido, già privo del primo grossolano sedimento, passa in un deoleatore completo del filtro a coalescenza.

Questo impianto è progettato, nello specifico, per la separazione di benzine, grassi e altre frazioni di prodotti petroliferi.

Il filtro a coalescenza, attraverso un semplice fenomeno fisico, unisce gocce di liquido grasso al fine di formare particelle di dimensioni maggiori, può facili da far affiorare in superficie, funzione primaria del degrassatore.

Ancora un passaggio attraverso una breve tubazione ermetica e le acque degrassate vengono confluite nella vasca per la biofiltrazione areata, una vasca dove è presente un filtro percolatore aerobico, un reattore biologico attraverso il quale i microrganismi, che svolgono la depurazione del refluo, si sviluppano sulla superficie di appositi corpi di riempimento disposti alla rinfusa nella vasca.

La distribuzione uniforme del liquame attraverso il filtro garantisce il massimo contatto tra il materiale organico da degradare e le pellicole biologiche che ricoprono le sfere di riempimento. I corpi che costituiscono il volume filtrante sono realizzati in polipropilene, pensati per garantire un’elevata superficie disponibile all’attecchimento del biofilm formato da micorganismi batterici aerobici.

Il trattamento si completa con il passaggio del refluo in una vasca settica tipo Imhoff, dove il refluo a questo punto è assimilabile alle acque di scarico provenienti da una civile abitazione.

Nel suo interno questa vasca ha due comparti distinti: in quella superiore avviene il processo di sedimentazione, mentre in quello inferiore il il liquame subisce il processo di digestione.

Prima dell’uscita verso l’immissione nel sistema fognario o per una dispersione o subirrigazione, quando addirittura per un riuso, è sempre consigliabile l’installazione di un piccolo pozzetto di prelievo, utile allo scopo verifica della qualità del refluo dell’impianto, anche per un controllo sul normale funzionamento dello stesso.

Alcuni componenti di un impianto di depurazione acque reflue per Autolavaggio

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